DOMENICA delle PALME

DOMENICA DELLE PALME

Siamo alla vigilia di una Settimana importante, la più importante dell’anno  sotto il profilo religioso, la ‘Settimana Autentica’. Importanti saranno soprattutto gli ultimi tre giorni: il 
Giovedì santo, che ricorda l’istituzione del sacramento dell’Eucaristia e del Sacerdozio;  
il Venerdì santo, che ricorda la passione e la morte di Gesù in croce; e il Sabato santo, con la Veglia pasquale e  il giorno di Pasqua, che ricordano la resurrezione di Gesù, principio e garanzia della nostra  resurrezione spirituale e corporale. 
Le modalità per vivere bene la Settimana santa sono principalmente tre:

1) partecipare alle celebrazioni liturgiche e

2) osservare la penitenza ecclesiale del Venerdì Santo (magro e digiuno per quelli che sono tenuti)

3) accostarsi al Sacramento della Confessione, che esprima una vera  volontà di resurrezione spirituale, ossia di conversione. 
 

Colgo l’occasione per anticipare gli auguri a tutti e a ciascuno di una Santa Settimana e di  una Santa Pasqua

 

 

Anno B – Rito Ambrosiano

Liturgia della Parola di domenica 20 marzo 2016 

Ecco, o figlia di Sion, il tuo re

Santa MESSA DEL GIORNO

Isaia 52,13-53,12 – Salmo 87 (88): “Signore, in t e mi rifugio”; Ebrei 12,1b-3;

Gv 11,55-57;12,1-11: [55]In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi.[56]Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: “Che ve ne pare? Non verrà alla festa?”. [57]Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo[1]Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. [2]E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. [3]Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù,  poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. [4]Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: [5]“Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?”. [6] Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. [7]Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. [8]I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. [9]Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. [10]I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, [11]perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Santa MESSA con la BENEDIZIONE e la PROCESSIONE DEGLI ULIVI

Zaccaria 9,9-10 – Salmo 47 (48): “ecco o figlia, il tuo re”; Colossesi 1,15-20;

Gv 12,12-16 – In quel tempo. 12La grande folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, 13prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» 14Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: 15Non temere, figlia di Sion! Ecco il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina. 16I suoi discepoli al momento non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte.

 

 

 

 

 

Delitto e castigo la tentazione di noi credenti

di Enzo Bianchi in “la Repubblica” del 15 marzo 2016

 

Dobbiamo confessarlo: ciò che di Gesù ancora oggi scandalizza non sono le sue parole di giudizio, le sue parole severe, a volte dure; non scandalizza neppure il suo operare, perché si riconosce il suo “fare il bene” (cfr. Mc 7,37At 10,38). No, ciò che scandalizza è la misericordia, interpretata da Gesù in un modo che è all’opposto di quello pensato dagli uomini religiosi, da noi! A volte sembra che la misericordia sia invocata da Dio, sia augurata e facile da mettersi in atto, e invece — dobbiamo riconoscerlo umilmente — in tutta la storia della chiesa la misericordia ha scandalizzato, e per questo è stata poco esercitata. Quasi sempre è apparso più attestato il ministero di condanna piuttosto che quello della misericordia e della riconciliazione. Basterebbe leggere la storia con attenzione, soprattutto quella dei concili, per vedere con quale sicurezza lungo i secoli si è usata la parabola della zizzania (cfr. Mt 13,24-30), pervertendola. In essa Gesù chiede di non sradicare la zizzania, anche se minaccia il buon grano, e di attendere la mietitura e il giudizio alla fine dei tempi. E invece nella chiesa si è indicato il nemico, il diverso come zizzania, autorizzando il suo sradicamento, fino alla sua condanna al rogo. O si guardi alle nostre storie personali: quanto ci è difficile perdonare, fare concretamente misericordia, lasciarci commuovere da chi è nel bisogno, fino a fare per lui il bene, omettendo di compiere ciò che avevamo pensato contro di lui…

Di più, se è vero che la parola misericordia sembra indicare nella nostra società un sentimento che manca di vigore e di verità — per questo si arriva a dire: «La misericordia, troppo facile!» —, quando poi essa è praticata in modo autentico, in realtà turba, desta obiezioni. Questo perché la misericordia è temibile più della giustizia: «È un ripudio del male in nome della condivisione di un amore». Il messaggio della misericordia scandalizza, non è capito da quanti si sentono giusti, in pace con Dio (e per i quali Gesù non è venuto: cfr. Mc 2,17), mentre invece è compreso e atteso da chi si sente nel peccato, bisognoso del perdono di Dio. I credenti “religiosi” di ieri e di oggi hanno difficoltà a sentirsi fratelli e sorelle dei peccatori, delle peccatrici, perché nella loro vita non hanno commesso peccati “gravi”, quindi si mettono dalla parte dei giusti, di quelli che possono vantarsi di qualcosa presso il Signore: vantarsi di non aver sbagliato gravemente.

È stato così durante il ministero di Gesù, è stato così nella storia della chiesa, è così ancora ai nostri giorni, quando siamo interrogati da papa Francesco proprio sulla nostra capacità di misericordia: misericordia della chiesa, misericordia di ognuno di noi verso chi ha sbagliato o chi ha bisogno del nostro amore. Spesso siamo disposti a fare misericordia se c’è stata punizione, castigo di chi ha fatto il male (e diciamo che questa è giustizia!), se il peccatore è stato sufficientemente umiliato e solo se chiede misericordia come un mendicante. In ogni caso, stabiliamo dei precisi confini alla misericordia, perché pensiamo che certi errori, certi sbagli, certe scelte avvenute nel male e non più riparabili debbano essere punite per sempre dalla disciplina ecclesiastica: per alcuni errori dai quali non si può tornare indietro non c’è misericordia, dunque la misericordia non è infinita, ma può essere concessa solo a precise condizioni…

Ecco il nostro tradimento del Vangelo, ecco come la misericordia ci scandalizza. In altre parole, la sequenza “delitto e castigo”, titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, è sedimentata dentro di noi, è incastonata nella nostra postura di credenti, di uomini religiosi, come sigillo di una giustizia retributiva che si manifesta come punitiva e meritocratica; ma dovremmo interrogarci se tale modo di pensare ed esprimersi sia conforme al Vangelo di Gesù Cristo! Perché non riusciamo a comprendere che la santità di Dio non splende quando non c’è peccato nell’uomo, ma quando Dio ha misericordia e perdona? Perché non riusciamo a comprendere che l’onnipotenza, la sovranità di Dio si mostra soprattutto perdonando, come attesta l’orazione colletta della 26a domenica del tempo per annum: «Deus, qui omnipotentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas…»? Solo alla luce di questa santità di Dio, di questa sua onnipotenza, si può vivere come strumento di buone opere il «non disperare mai della misericordia di Dio».