2 domenica dopo Pasqua – Divina Misericordia

II DOMENICA DI PASQUA

 

 

IN ALBIS DEPOSITIS – Rito Ambrosiano

Liturgia della Parola di domenica 3 aprile 2016

Domenica della Divina Misericordia

 

LETTURA Atti 4,8-24a. Gesù Cristo il Nazareno, che è stato crocifisso e che Dio ha risuscitato.

SALMO 117 (118) La pietra scartata dai costruttori ora è pietra angolare

EPISTOLA Colossesi 2,8-15Siete stati sepolti con Cristo nel battesimo e con lui siete anche risorti.

VANGELO Giovanni 20,19-31L’apparizione del Risorto nel cenacolo presente Tommaso – In

quel tempo. 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo

dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

(Immagine: Gesù risorto e Tommaso)

 

Il personaggio di Tommaso, apostolo che tanto superficialmente banalizziamo per il suo atteggiamento pragmatico, senza tuttavia riuscire a cogliere tutti gli aspetti profondamente umani della sua incredulità, ha sempre contrassegnato la seconda domenica del tempo di Pasqua. Una domenica “particolare” che la liturgia arricchisce anche di altri significati assolutamente peculiari.

 

Innanzitutto, non c’è soluzione di continuità teologica con la domenica di Pasqua. Questa seconda domenica, tradizionalmente chiamata “in albis”, è, infatti, anche la cd. ottava di Pasqua e proprio il brano di Giovanni esordisce sottolineando l’unità del contesto pasquale (“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato”).

 

Nonostante le prime parole di Pietro e Giovanni (il quale vide e credette; v. Gv 20,8) e soprattutto la testimonianza (giuridicamente piuttosto debole in quei tempi) di una donna, Maria di Magdala, alla quale il Risorto si era appena prima rivelato nella sua nuova condizione, i discepoli vengono presentati ancora in preda al timore, con le porte chiuse ad una realtà terribile che aveva sottratto loro il maestro in circostanze drammatiche; porte sbarrate anche per elaborare il lutto di fronte al fallimento di ciò che aveva dato senso alla loro vita fino a quel punto.

 

La croce aveva, infatti, svelato in profondità tutta la fragilità della loro fede. I discepoli che avevano in un primo tempo coraggiosamente abbandonato tutto per seguire Gesù, avevano allo stesso modo tutti abbandonato il loro maestro nel momento della croce. La resurrezione del Signore, come ogni realtà d’amore, non si conosce con teorie e discorsi, ma si riconosce con il cuore e con la propria esperienza. In questo senso, i discepoli non avevano ancora maturato il senso della venuta del loro maestro.

 

Per questo era necessario non solo che Gesù venisse a mostrare i segni della propria esistenza umana (le mani ed il costato), ma che Egli completasse la sua missione con un dono speciale, il dono dello Spirito, un dono i cui frutti – fra loro intrinsecamente correlati – sono essenzialmente la pace (“Pace a voi”), il perdono reciproco (“a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi”) e la gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”).

 

Il dono dello Spirito (da qui anche il nome di “Pentecoste giovannea” attribuito comunemente al nostro brano) è raccontato dall’evangelista come una nuova creazione, come si comprende dal verbo “alitare” che rievoca la creazione (Gn 2,7): attraverso il dono dello Spirito, Gesù suscita la fede pasquale e porta a compimento una creazione nuova.

 

Di fronte a tutto questo si pone Tommaso. Discepolo radicale, idealista e cocciuto fino al punto di non temere l’isolamento. Egli non c’era. E proprio non riesce a credere alla parola della sua comunità. Non fidandosi dei compagni, l’apostolo non esita a operare uno strappo con i suoi fratelli. Non riesce più a condividere la loro gioia, sceglie la solitudine del dubbio, la chiusura dell’incredulità. Non gli basta ascoltare una testimonianza: vuole vedere, vuole toccare. Altrimenti – è categorico – non crederà.

 

Il dubbio è coerente col suo carattere, pragmatico, razionale, concreto: Andiamo anche noi a morire con lui!aveva esclamato sconfortato di fronte alla risoluta decisione di Gesù di recarsi da Lazzaro, mentre i discepoli timorosi dei giudei obiettavano che si trattava di un viaggio pericoloso (Gv 11, 8.16). E quando Gesù, dopo l’ultima cena, aveva fatto quel lungo discorso sul “posto” che andava a preparare per i discepoli, Tommaso, rivelando ancora la sua fatica a comprendere il Signore, aveva quasi ironizzato: Signore, non sappiamo dove vai: come possiamo conoscere la via? (Gv 14, 2-5).

 

L’incredulità di Tommaso, in realtà, non è la negazione razionale di una posizione, quella della fede, che caratterizza l’ateo; non è nemmeno l’oligopistia (“poca fede”) di Pietro che affonda sulle acque (Mt 14, 24-31), ma è l’incapacità tutta umana di cogliere un cambiamento: il maestro che conosceva è ora il Cristo. Il modo con cui fino a quel momento ci si rapportava a Gesù è ormai cambiato.

 

Dopo la Resurrezione, dalla visione di Gesù si passa alla fiducia nei fratelli che lo testimoniano. Le fede pasquale diventa atto comunitario, non solo atto personale e critico. Tommaso, che era stato al fianco di Gesù fino all’ultimo, non aveva ancora compreso e si ostinava a cercare il maestro in carne ed ossa, percorrendo le vie del passato, le vie della visione.

 

Era, dunque, ancora suo “discepolo”, come molti altri che lo avevano visto passare nelle strade della Palestina, ma non ancora “testimone”, tramite i fratelli, della sua Resurrezione. Prima si trovava di fronte ad un uomo straordinario, al quale aveva dedicato la sua vita, ora gli veniva presentato un Dio che ci salva dalla morte attraverso testimonianze reciproche di pace, di perdono, di gioia.

 

A seguir Giovanni, non sappiamo – come suggerirebbe la raffigurazione del Caravaggio – se effettivamente Tommaso abbia sentito il bisogno di mettere il dito nel costato. Gesù però disvela e accoglie nel profondo i pensieri del suo amico e lo invita a toccare mani e costato per accertarsi della resurrezione (una resurrezione che porta i segni dei chiodi e che, dunque, non nega l’umanità, ma la trasfigura e la trascende). Un gesto sufficiente a sconvolgere il discepolo ed a consentigli di pronunciare quella altissima professione di fede che non tutti i credenti più convinti sarebbero ugualmente capaci di fare: Mio Signore e mio Dio! (Lorenzo Jannelli)

Ascoltiamo le parole che Gesù stesso

rivolse a santa Faustina Kowalska il 22 febbraio 1931.

‘La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano

alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata, lasciava

uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo fisso gli occhi fissi sul Signore;

l’anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande. Dopo un istante Gesù mi disse: ‘Dipingi

un’immagine con sotto la scritta: ‘Gesù confido in Te!’. Desidero che questa immagine venga

venerata nel mondo intero. Prometto che l’anima che venererà questa immagine, non perirà.

Prometto pure su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io

desidero che vi sia una Festa della misericordia. Voglio che l’immagine venga solennemente

benedetta la prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la Festa della

misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia Grande Misericordia per le anime dei

peccatori. Il peccatore non deve aver paura di avvicinarsi a Me. Le fiamme della Misericordia Mi

divorano; voglio riversarle sulle anime. La sfiducia delle anime Mi strazia le viscere. Ancora di più

mi addolora la sfiducia delle anime elette. Nonostante il Mio amore inesauribile non hanno fiducia

in Me. Nemmeno la mia morte è stata sufficiente per loro. Guai alle anime che ne abusano’.