VI DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Mons. Francesco Lambiasi"Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
(Ave, Roma 2007)

“… Cosa significa: "È compiuto"? Potrebbe voler dire semplicemente: È finita; la storia è ormai definitivamente chiusa; non c'è più nulla da dire, nulla da fare, più nulla da aggiungere. Ma allora sarebbe semplicemente la dichiarazione amara dell'ultimo atto di una vita obiettivamente fallita – almeno secondo la logica mondana – o al più si tratterebbe della presa d'atto – certamente onesta e nobile – della fine di un dramma ormai consumato. Ma non può essere questo il senso inteso da Gesù e còlto da Giovanni, se il Morente pronuncia quelle parole con tanta solennità e l'evangelista le riporta con premurosa attenzione.

Si potrebbe intendere allora l'espressione: "È compiuto!" come compimento delle Scritture, e così sembrerebbe far capire Giovanni quando riporta qualche riga più su le stessissime parole: "Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, disse per compiere la Scrittura: Ho sete". Affermare quindi in extremis che tutto è compiuto, potrebbe significare che tutto si è svolto, fino al dettaglio, secondo il misterioso piano d'amore, stabilito dal Padre.

Ma probabilmente in questa espressione c'è molto di più. Se ricordiamo, il dramma della passione era stato introdotto dall'evangelista con quell'ampio giro di frase: "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine". Per dire "fine" l'evangelista usa una parola che si trova alla radice del verbo greco: "è compiuto": ora, quella paroletta può significare sia "la fine" intesa in senso cronologico, che "il vertice", la massima sommità raggiungibile di una vetta altissima. Ed è proprio il senso della traduzione latina, Consummatum est, tutto è arrivato ad summum, al vertice massimo”.

F. Dostoevskij, commentando le grida di scherno di quanti sfidavano Gesù a scendere dalla croce, scriveva: "Ma tu non scendesti dalla croce perché, una volta di più, non volevi asservire l'uomo con il miracolo e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l'ha per sempre riempito di terrore".

D. Bonhoeffer, prima della sua impiccagione, la mattina di domenica 8 aprile 1945, pronunciava queste ultime parole: "È la fine. Per me è l'inizio della vita", e qualche tempo prima aveva scritto: "Quando l'amore di Dio non si limita semplicemente ad essere là dove l'uomo è nel peccato e nella miseria, ma quando assume su di sé anche il destino che sovrasta ogni vita, la morte; cioè quando Gesù – che è l'amore di Dio – muore realmente, allora l'uomo può diventare certo che l'amore di Dio lo accompagna anche nella morte… Dio ama gli uomini fino al punto di assumere su di sé la morte con loro e per loro… E solo perché Gesù sulla croce, nell'umiliazione, dimostra l'amore suo e di Dio per il mondo, alla morte segue la risurrezione. La morte non può resistere all'amore: «l'amore è più forte della morte» (cfr. Cant 8,6)".

Don Andrea Santoro, qualche giorno prima di essere assassinato a Trebisonda, scriveva: "Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo, come ha fatto Gesù".

Fr. Christian de Chergé, priore di Tibhirine, ucciso nel 1993, pronuncia questo pensiero all’inizio della messa di Pentecoste del 1985 (in l’Altro l’Atteso – Le omelie del martire di Tibhirine, S. Paolo 2016): “Un ospite mi confidava la sua preghiera: “Non ho nient’altro da offrirti che la mia tristezza, il mio sconforto e la solitudine”. Come il carbone diceva al fuoco: “Non ho altro da darti che la pietra che sono, tutta nera e fredda. Che ne farai, tu che vibri di luce e di calore?” E il fuoco rispose: “Cosa sarei senza combustibile?” Cosa sarebbe la misericordia senza la nostra miseria? Così, il più prezioso dei nomi di Dio ci dice fino a che punto egli si leghi a noi per legarci a lui. Offriamoci tutti come combustibile al fuoco dello Spirito, alla fornace dell’amore”.